Ultimo aggiornamento: Luglio 2025
Nel frattempo, molte delle previsioni catastrofiche sono state smentite. Ma anche molte delle promesse miracolose si sono rivelate aria fritta. In questo articolo facciamo il punto: cosa è successo davvero? E quanto ci ha rimesso (o guadagnato) davvero il Regno Unito?
🧩 La gestione della Brexit: tra caos e compromessi
All’inizio fu il caos. Il governo May sembrava voler uscire dall’UE con una “hard Brexit” senza rete di protezione, mentre Farage — l’uomo con la faccia da “non sono stato io” anche quando è stato lui — già parlava di nuovi referendum. Il piano? Nessuno. Il metodo? Nessuno. L’effetto? Prevedibile.
Ma col tempo, tra governi traballanti e trattative infinite, qualcosa si è mosso. Dopo il disastro iniziale, il Regno Unito ha rinegoziato più volte i termini dell’uscita, fino ad arrivare al 2025 con un nuovo accordo che, pur non riportandolo nell’UE, ne riallaccia molti fili.
📉 Inflazione post-Brexit: niente 33%, ma nemmeno rose e fiori
Ricordi quando si parlava di un’inflazione al 33%? Una cifra sparata come se fosse un meme da bar, e invece ripresa con sorprendente serietà da giornali e talk show. La realtà dell’inflazione post-Brexit è stata molto diversa — meno apocalittica, ma comunque fastidiosa.
Secondo l’Office for National Statistics (ONS), l’inflazione nel Regno Unito ha oscillato tra il 2% e il 4% nei primi anni dopo il referendum, con picchi legati alla svalutazione della sterlina e alle solite turbolenze globali. Nessuna iper-inflazione, certo, ma il costo della vita nel Regno Unito dopo Brexit è aumentato in modo tangibile, soprattutto per chi già faceva fatica a fine mese. E no, non è colpa dell’Europa se il burro costa il doppio.
💷 Stipendi e lavoro: chi ha perso davvero?
Un’altra leggenda urbana da sfatare: “gli stipendi caleranno del 2%”. In realtà, i dati sugli stipendi nel Regno Unito dopo Brexit raccontano una storia più complicata. Alcuni settori — logistica, agricoltura, ristorazione — hanno subito contraccolpi, ma altri hanno visto aumenti per carenza di manodopera. Insomma, non è stato un crollo, ma nemmeno una festa.
Il vero nodo è la polarizzazione del mercato del lavoro post-Brexit: i lavori poco qualificati sono diventati più instabili e meno appetibili, mentre quelli specializzati sono diventati merce rara. E chi pensava che “mandando via gli stranieri” avrebbe trovato lavoro sotto casa, ha scoperto che il problema non era l’immigrato. Era il curriculum.
🌍 Commercio e relazioni internazionali: il grande ritorno (mascherato)
Il Regno Unito ha passato anni a cercare accordi commerciali con chiunque avesse un passaporto e una bandiera. USA, India, Australia, perfino il Kazakistan. Ma i numeri sono impietosi: l’accordo con gli USA ha portato un +0,2% sul PIL. Quello con l’Australia? Meno dello 0,1%.
Nel frattempo, il commercio con l’UE — che rappresentava oltre il 40% dell’export britannico — è crollato, salvo poi essere parzialmente recuperato con il nuovo accordo del 2025.
🔄 Il reset del 2025: fine della Brexit ideologica
Nel maggio 2025, il governo Starmer ha firmato un nuovo accordo con l’Unione Europea che segna un cambio di rotta netto. Non è un ritorno all’Unione, ma è un ritorno al buon senso. Dopo anni di slogan e bandierine, si è passati finalmente a una fase di cooperazione post-Brexit più concreta e meno teatrale.
Questo nuovo accordo UK–UE 2025, definito da molti un vero e proprio “reset Brexit”, ha riaperto canali fondamentali per la stabilità economica e diplomatica del Regno Unito. Ecco cosa prevede:
Difesa e sicurezza: partecipazione al fondo europeo Rearm da 150 miliardi di euro
Mobilità giovanile: visti agevolati per under 30, senza ripristinare la libertà di movimento
Pesca: accesso reciproco alle acque territoriali fino al 2038
Commercio: rimozione dell’80% dei controlli doganali su prodotti agroalimentari
Energia e cybersicurezza: rafforzamento della collaborazione strategica
Insomma, dopo anni di “sovranismo a tutti i costi”, il Regno Unito torna a bussare a Bruxelles. E lo fa in silenzio, con il cappello in mano — come chi ha finalmente capito che l’isolamento non è sinonimo di indipendenza, ma solo di complicazioni.
🧠 Conclusione: la Brexit non è finita, è solo cambiata forma
La Brexit non è stata la fine del mondo, ma nemmeno l’inizio di una nuova età dell’oro. È stata — ed è ancora — una lunga, costosa, complicata lezione di realtà.
Chi ha venduto illusioni ha già cambiato discorso. Chi ha creduto che bastasse “riprendersi il controllo” ora si ritrova a negoziare ogni singolo dettaglio. E chi aveva previsto tutto questo, come spesso accade, è stato ignorato.
Ma i numeri parlano. E oggi, nel 2025, anche chi aveva urlato “fuori dall’Europa!” si ritrova a fare i conti con una verità semplice: non si può uscire da un continente.
Approfondimenti
❓ Domande frequenti
La Brexit ha davvero danneggiato l’economia britannica?
Sì, ma in modo meno catastrofico di quanto previsto da alcuni e più sottile di quanto ammesso da altri. Il PIL ha rallentato, il commercio si è complicato, e la produttività è rimasta stagnante.
Il nuovo accordo del 2025 è un ritorno nell’UE?
No. È un accordo di cooperazione rafforzata, ma il Regno Unito resta fuori dall’Unione. Tuttavia, è un segnale chiaro di riavvicinamento pragmatico.
Le promesse fatte nel 2016 sono state mantenute?
In larga parte, no. La “sovranità” è costata cara, e i benefici economici promessi non si sono materializzati. Il Regno Unito ha dovuto rinegoziare quasi tutto ciò che aveva abbandonato.