📉 PIL, commercio e investimenti: il conto è servito
Secondo l’Office for Budget Responsibility, il Regno Unito ha oggi un PIL inferiore del 4% rispetto a uno scenario in cui fosse rimasto nell’UE. Non è una flessione passeggera: è un rallentamento strutturale.
Export e import: -15% rispetto ai livelli pre-Brexit
Investimenti esteri: in calo netto, con molte aziende che hanno spostato sedi e capitali nel continente
Settori in crisi: agricoltura e sanità arrancano per carenza di manodopera dopo la fine della libera circolazione
Insomma, il “prendiamoci il controllo” ha avuto un prezzo. E non lo stanno pagando i banchieri della City.
🌍 Gli accordi commerciali miracolosi (spoiler: non lo erano)
Uno dei mantra più ripetuti dai sostenitori del Leave era: “faremo accordi migliori con il resto del mondo”. Eccoli:
USA: +0,2% sul PIL
Cina, Australia, altri: tra +0,1% e +0,4% complessivi
Numeri che non compensano nemmeno lontanamente le perdite legate all’uscita dal mercato unico europeo. Ma almeno ora abbiamo un trattato con il Kazakistan, no?
🔄 Il riavvicinamento (che non è un ritorno)
Nel 2025, il governo Starmer ha firmato un nuovo accordo con l’UE. Non è un ritorno, ma è un riavvicinamento strategico: commercio, difesa, energia, mobilità giovanile. Il Regno Unito ha capito che non si può fare tutto da soli. E ha ricominciato a bussare a Bruxelles. Piano, in punta di piedi.
🧠 Lezioni da non dimenticare
La Brexit ha insegnato (a chi voleva imparare) che:
L’indipendenza economica è un’illusione se sei interconnesso con tutti
Le promesse facili si pagano care
Non si esce da un continente con uno slogan
🔗 Vuoi approfondire?
Questo articolo è un compendio numerico. Per un’analisi completa — tra inflazione, stipendi, reset del 2025 e retroscena politici — leggi il nostro approfondimento:
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