Erin Pizzey, la donna minacciata di morte dalle femministe

Erin Pizzey non è un personaggio da citare a cuor leggero nei circoli femministi estremi. Eppure, paradossalmente, dovrebbe essere celebrata con la stessa passione che alcune riservano ai loro miti intoccabili. Perché ha fatto qualcosa di concreto, importante, rivoluzionario: ha creato il primo rifugio per vittime di violenza domestica — il primo al mondo.

Eppure, anziché applausi, ha ricevuto minacce di morte. Da donne. Da quelle che urlano “stop alla violenza sulle donne” ma che, quando una donna osa dire che la violenza può essere anche femminile, la vogliono cancellare. Il reato? Non aver odiato gli uomini abbastanza.

Chi è Erin Pizzey e perché è diventata scomoda

Pizzey è una scrittrice, attivista e pioniera nella lotta contro gli abusi domestici. Negli anni ’70, ha aperto il primo centro di accoglienza per donne maltrattate. La sua iniziativa ha salvato centinaia di vite ed è stata replicata in tutto il mondo. Ma Erin ha avuto anche il coraggio di dire ciò che nessuno voleva ascoltare: la violenza domestica è spesso bidirezionale, e non sono solo gli uomini ad esercitarla.

In un suo saggio, frutto di esperienze reali e osservazioni sul campo, Pizzey sostiene che molte donne accolte nel suo centro erano tanto violente quanto gli uomini da cui fuggivano. Non lo dice per negare l’esistenza della violenza sulle donne, ma per raccontare la verità nella sua interezza — una verità scomoda per chi ha bisogno di una narrazione semplificata.

La sua teoria: traumi infantili e biochimica del comportamento abusante

La teoria di Pizzey è chiara: alti livelli di cortisolo, squilibri ormonali e traumi infantili creano un terreno fertile per la violenza. Secondo lei, l’abuso domestico può essere il risultato di un copione biologico e psicologico che simula gli schemi vissuti da bambini. Non è la “maschilità” a generare violenza — è un insieme di fattori neurochimici e esperienziali.

Questa visione è stata confermata da numerose ricerche neuroscientifiche e studi sulla trasmissione del trauma, ma per le femministe radicalizzate è stata una pugnalata. Specialmente perché a pronunciarla è stata una donna. Una donna che non ha costruito il suo discorso sul vittimismo, ma sull’osservazione concreta e sull’equità.

Fotografia di Erin Pizzey

Le minacce e l’ostracismo

Dopo la pubblicazione delle sue posizioni, Erin Pizzey ha ricevuto minacce di morte. Ha dovuto vivere sotto protezione, evitare convegni, vedere boicottati i suoi centri e screditate le sue teorie. Il femminismo moderato non l’ha difesa. Le frange più rumorose l’hanno additata come traditrice, o peggio.

Le sue parole non erano contro le donne. Erano contro una narrazione parziale e ideologizzata. Ma questo, in certi ambienti, è più grave che negare la realtà. Perché non si può tollerare che qualcuno — soprattutto una donna — infranga il dogma del maschio violento per natura e della donna santa e innocente.

Il dogmatismo ideologico e i parallelismi con il fanatismo religioso

C’è qualcosa di inquietante in tutto questo: un meccanismo di punizione interna simile a quello delle sette religiose. Se esci dalla linea, vieni espulso. Se parli, vieni silenziato. Se sei donna, devi pensare come “femminista”. Ma quale femminismo è quello che minaccia una pioniera della difesa delle donne?

Le similitudini con il fondamentalismo religioso sono evidenti: dogmi intoccabili, gerarchie invisibili, dissenso non ammesso. Pare che, indipendentemente dalle idee, il fanatismo finisca sempre con il negare la libertà che afferma di difendere.

Il femminismo che pensa: esiste, ma è minoritario

Il femminismo che include gli uomini nella riflessione sulla violenza esiste. Ma è più silenzioso. Erin Pizzey ne è stata l’esempio vivente. Ha parlato di “violenza relazionale”, di circoli familiari tossici, e di trauma infantile come motore del comportamento abusante — concetti che oggi la psicologia e le neuroscienze confermano.

Eppure il suo nome è quasi sconosciuto. Il suo lavoro ignorato. E la sua voce, per molti anni, soppressa. Perché era una femminista che non odiava gli uomini. E questo, nel mondo delle narrative polarizzate, è imperdonabile.

Riferimenti e biografia

La sua incredibile storia, le minacce ricevute e il suo pensiero sono documentati in questa intervista con The Independent. È un pezzo da leggere tutto d’un fiato, perché racconta quanto costi, oggi come allora, dire qualcosa di scomodo anche se è vero.

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Fabrizio Leone
Blogger da oltre 15 anni, faccio del mio meglio per diffondere fatti e non fallacie logiche o punti di vista polarizzati e distorti. In Sociologia i media sono definiti "il quarto potere" e a ben donde: le notizie plasmano l'opinione pubblica e molti abusano di questa dinamica.