13 marzo 2016. Un gruppo di donne musulmane — velate e non — prende la bici e pedala per le strade di Marivan, in Iran. È un gesto semplice, pacifico, e rivoluzionario: rivendicare il diritto di esistere senza il permesso maschile. Lo fanno contro una cultura che in molti casi le priva del diritto allo studio, alla voce, al canto, persino alla libertà di muoversi. Ma la notizia, salvo poche eccezioni, non viene rilanciata né amplificata dal mondo femminista occidentale. Nessuna campagna, nessun hashtag, nessun dibattito.
Silenzio.
🧠 Quando la coerenza si inceppa
La retorica del femminismo contemporaneo urla — raramente giustamente — contro manspreading, complimenti non richiesti, aria condizionata troppo fredda, e micro-aggressioni da metrò come "mi ha guardata". Ma quando a denunciare l’oppressione sono donne musulmane che criticano il patriarcato islamico, qualcosa cambia: l’indignazione si spegne, e viene sostituita dal sospetto.
Perché? Perché se critichi la misoginia dentro l’islam, rischi di essere etichettato come “islamofobo”. E in un mondo che ha scelto come nemico pubblico il “maschio bianco occidentale”, ogni narrazione alternativa sembra non essere ammessa.
Così succede che:
Le donne iraniane vengono arrestate per aver ballato su Instagram
Le afghane vengono escluse dalla scuola
Le saudite non possono guidare o viaggiare da sole
🔥 Femminismo selettivo, indignazione monodirezionale
Nel gennaio 2016, decine di donne tedesche sono aggredite a Colonia da gruppi di uomini nordafricani. L’episodio è documentato, denunciato, e inquietante. Ma la reazione mediatica è timida. Anzi, alcuni opinionisti sostengono che “la colpa è dell’integrazione mal gestita” — e non degli aggressori.
In quei giorni si poteva leggere tutto e il contrario di tutto: Che “non bisogna generalizzare”, che “il contesto è complesso”, che “la cultura non c’entra”. Ma proviamo a ribaltare lo scenario: se fossero stati uomini europei a molestare donne per strada, peggio se musulmane, sarebbe stato il caso mediatico dell’anno. Forse del decennio.
💬 Le attiviste ignorate
Donne come Masih Alinejad, fondatrice del movimento My Stealthy Freedom, si battono da anni contro l’obbligo del velo in Iran. Parlano apertamente di oppressione strutturale e sessismo religioso. Lo fanno rischiando la prigione, l’esilio, persino la morte. Ma vengono spesso accusate di essere “strumentalizzate” o “colonialiste culturali” da certa sinistra intellettuale.
Quando la denuncia arriva da dentro, da chi vive la misoginia sul campo, viene oscurata per proteggere lo schema ideologico dominante: quello dove il potere è sempre “maschio, bianco, etero, capitalista”.
Conclusione: la narrazione tossica non si deve toccare
Episodi come questo, e il più recente che ha visto come protagonista la senatrice Valeria Valente, dimostrano come la narrativa occidentale di media e "attivisti" sia in realtà un enorme operazione di marketing contro gli uomini europei, per ottenere finanziamenti e potere politico.
Crederci equivale ad essere complici di persone a cui i diritti delle donne importano meno del destino di una mosca in uno stagno pieno di rospi.